Inizio > Rivista Antonianum > Articoli > Garuti Sabato 29 febbraio 2020
 

Rivista Antonianum
Informazione sulla pubblicazione

 
 
 
 
Foto Garuti Adriano , Recensione: L. Scheffczyk, Ökumene. Der Stile Weg der Wahrheit , in Antonianum, 79/3 (2004) p. 580-581 .

Il volume raccoglie precedenti scritti (20) dell’illustre Porporato, concernenti  il dialogo cattolico/luterano, con il preciso intento di esprimere anche un giudizio critico sulle espressioni realistiche o illusorie che l’ecumenismo ha coniato per descrivere i risultati raggiunti.

L’autore stesso, nell’introduzione, mostra come i diversi contributi possono essere raccolti in quattro parti. Nella prima vengono presentate le varie tendenze che in qualche modo compromettono l’essenza stessa del cattolicesimo alla luce dello slogan: è più quello che ci unisce che quello che ci divide. Questa idea di fondo di non voler considerare le differenze che ancora permangono appare in gran parte dei teologi tedeschi (ad es. nella loro valutazione della Dichiarazione comune del 1997) (parte II) e più in generale nei testi del dialogo (III parte), dove il concetto di ristabilimento della piena unione di tutti i battezzati viene sostituito con le trite espressioni: “diversità riconciliata”,, “unità differenziata” e “consenso differenziato”, che sostanzialmente mirano al riconoscimento del carattere ecclesiale delle comunità protestanti.

 Assai  significativa è la seguente affermazione dell’autore: “Con il dissolvimento del ‘cattolicesimo’, inteso come fattore sociale consolidato della propria visione del mondo e nella propria cultura, è scomparso anche l’interesse per la presentazione dell’essenza della cattolicità, in quanto sono penetrate in questa stessa essenza le tendenze del moderno pluralismo, del soggettivismo e del relativismo nei confronti della verità e l’hanno annacquata. La teologia, che ha elevato anche per sé il pluralismo della società a un valore fondamentale, è stata sempre meno in grado di esprimere una comune visione dell’essenza della cattolicità, e in concreto della fede e della vita cattolica. Ne è derivato un ecumenismo falsamente inteso,  che ha dovuto avvertire come fastidiosa e  reazionaria la questione della propria essenza e della propria identità” (pp. 15-16). Pertanto non è più possibile stabilire che cosa è ”protestante” e che cosa è “cattolico”, e non si trova accordo neppure sullo scopo ultimo della ricerca ecumenica (pp. 105-117).

L’affermazione viene poi concretamente applicata all’interpretazione del “subsistit in”, al significato dell’abusata espressione di “Chiese sorelle” (pp. 96-97) e soprattutto al diverso concetto di Chiesa (pp. 193ss).

Poiché il volume è dedicato principalmente al dialogo cattolico/luterano, è comprensibile la particolare attenzione dedicata alla citata Dichiarazione comune sulla giustificazione.  Ovviamente essa deve essere considerata alla luce della norma di fede fissata dal Tridentino, ma le valutazioni sono piuttosto divergenti: in ambito luterano è vista con diverse accentuazioni, che comunque convergono nella convinzione di fondo che, dal punto di vista ecumenico, costituisce un “passo indietro” e non un “passo decisivo per il superamento della divisione tra  le Chiese”. Pertanto il documento sarebbe una strisciante introduzione al cattolicesimo; da parte cattolica, non manca invece chi la considera una “protestantizzazione” della fede cattolica (pp. 261-262). Saremmo quindi di fronte ad un chiaro esempio di “differenza riconciliata” (p. 262) e di una “comune comprensione” sulla giustificazione (p. 268), nel senso che sarebbe già stata raggiunta una comune visione sulle “verità  fondamentali”, anche se permangono divergenze sulle “spiegazioni”  (p. 269: cf. testo della DC, n.14), che sarebbero legittime tradizioni di entrambe le parti,  ma non apparterrebbero  alla sostanza (pp. 270-271).  In questo clima, reso più incandescente dal giudizio dei 150 professori di teologia che criticavano il documento come un “modello dell’ ecumenismo del ritorno” (p.283), fu pubblicata la  Risposta della Chiesa cattolica (25 giugno 1998), che precisava come nel consenso indubbiamente raggiunto di fatto si tratta non delle, ma di alcune verità di fondo sulla giustificazione, e che pertanto restano  da risolvere “questioni di diverso peso” , che “richiedono una ulteriore Chiarificazione” (n. 43). Il  problema più cruciale resta sempre quello della sacramentalità della Chiesa quale strumento di salvezza (pp. 287ss, 301).

Nella assoluta convinzione che se ci si accontenta dell’“l’unità nella diversità non si può raggiungere la “piena unità nella fede” (p.303). e che lo scopo dell’ecumenismo resta la ricerca della verità (cf. pp. 351-355), nell’ultimo scritto della raccolta il Porporato è molto esplicito nell’affermare la necessità di un passaggio dall’“entusiasmo al realismo” (pp. 356ss). Sottolineo in particolare un’affermazione nella quale trovo conferma di quanto da anni vado dicendo nei miei scritti e nel mio insegnamento, cioè la necessità di una svolta di fondo nell’ecumenismo, che abbandoni l’abuso degli equivoci assiomi citati sopra e che sottolinei anche le differenze tuttora esistenti, nonostante i progressi del dialogo (cf. p. 362). L’ autore si richiama espressamente alle parole di Giovanni Paolo II, il quale, pur consapevole del ”lungo e arduo pellegrinaggio ecumenico”, indica come via obbligatoria per il raggiungimento dello scopo il “dialogo della conversione” (Ut unum sint, n. 82).

Il volume risulta pertanto fondamentale per tutti coloro ai quali sta a cuore un autentico ecumenismo, che non si limiti al trionfalismo di presunti, o comunque non sufficienti, risultati raggiunti, ma si prefigga il raggiungimento di una comune professione di fede fondata sulla verità.


 
 
 
 
 
 
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