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Rivista Antonianum
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Foto Joyce Mapelli Francesca , Convegno Internationale: “Verba Domini mei: Gli Opuscula di Francesco d’Assisi a 25 anni della edizione di Kajetan Esser, ofm”, Pontificio Ateneo Antonianum, Roma 10-12 Aprile 2002, in Antonianum, 77/2 (2002) p. 399-406 .

Organizzato dal Pontificio Ateneo Antonianum – Facoltà di Teologia, Istituto Francescano di Spiritualità, Scuola Superiore di Studi Medievali e Francescani – in accordo organizzativo e culturale con tutte le famiglie francescane, con il mondo degli studi francescani religioso e laico e con il patrocinio della Rai, si è svolto nell’Aula Magna dell’Ateneo il Convegno Internazionale “Verba Domini mei”, che ha raccolto presenze da 32 Paesi del mondo. Grazie alla sapiente organizzazione del direttore del Convegno A. Cacciotti, Preside della “Scuola Superiore di Studi Medievali e Francescani”, l’incontro è stato insieme ricordo e analisi critica della figura e dell’opera di Kajetan Esser, di bilancio della produzione storiografica dell’Ordine prima e attraverso la sua opera editoriale e di approfondimento ancora sui sempre vivi Scritti del Santo, secondo punti di vista diversi e sistematicamente ordinati – ivi compresa la musica composta intorno ad essi dal XIII al XX secolo e ricreata in una suggestiva serata dai Cantori di Assisi.

Nell’inevitabile ricordo della critica situazione mediorientale e all’insegna di un sincero auspicio di pace, i saluti iniziali delle autorità religiose presenti – S. E. R. Cardinale Z. Grocholewski, Prefetto della Congregazione per l’Educazione Cattolica, Fr. G. Bini, Ministro Generale OFM e Gran Cancelliere del Pontificio Ateneo Antonianum, Sr. C. Thomann, Superiora Generale FCJM e Presidente della Conferenza Internazionale Francescana dei fratelli e delle sorelle del terzo Ordine Regolare, Fr. P. Schorr, Definitore Generale OFM per la lingua tedesca, Fr. M. Nobile, Rettore Magnifico del Pontificio Ateneo Antonianum – rivelano la prospettiva in cui comprendere il senso dei contributi presentati: la necessità di ritornare alle origini di Francesco e del movimento francescano come Francesco era tornato alle origini del messaggio cristiano e coglierne tramite gli Scritti, che della sua vita sono il respiro, l’energia rinnovatrice e la straordinaria capacità di creare relazioni. Se Francesco superò ogni frontiera nel dialogo con il sultano, la necessità di questo suo potere è attuale in ogni tempo, quanto mai nel nostro. Esser comprese che le parole semplici di Francesco erano il mezzo privilegiato per arrivare a conoscerlo.

Proprio la figura di Esser è stata l’oggetto della Relazione Introduttiva, che J. B. Freyer ha presentato attraverso le parole stesse dello storico tedesco, dalle pagine di un diario scritto negli anni. Passando per le tappe del noviziato e degli studi filosofici, teologici e storici, l’annotazione sistematica di ogni lettura fatta svela un’ampiezza di interessi ed una libertà tali da consentirgli di muovere dai testi della formazione tradizionale per avvicinare con mente francescana le questioni sociali del suo tempo. Sono cinque gli aspetti della figura dell’Esser che Freyer introduce per illuminarne anche l’opera e tutti sono segnati e condizionati, nel loro svolgimento o negli esiti, dalla situazione storica a lui contemporanea. Subito assorbita dagli Scritti di Francesco, la sua attività di studioso fu interrotta dalla guerra e dal servizio militare e poté riprendere solo dopo il 1945, in un moto da allora in poi ininterrotto, fino alla svolta di Grottaferrata e il piano per l’edizione degli Opuscula, concretizzatosi nel 1976. Ma in quanto rinnovatore e docente la ricchezza dei suoi studi fu messa al servizio della autocomprensione e della formazione dei membri dell’Ordine, anche femminile ed anche laico, attraverso un’attività che per oltre vent’anni lo impegnò ufficialmente nel dare i termini di una necessaria risistemazione dei valori dell’istituzione sulla base della fraternitas originaria ritrovata proprio negli Scritti. Esser sacerdote fu soprattutto l’anticipatore di grandi temi del Concilio Vaticano II e l’indagatore dell’identità del cristiano moderno. Ed infine Esser “fratello della gioventù operaia cristiana” sfidò questioni come la sociologia della fabbrica, la minaccia della massificazione, il liberismo, costruendo una vera e propria dottrina sociale cristiana che trova eco nel suo ruolo di formatore e sostanza nella componente sociale che egli scoprì fortissima nel francescanesimo, sia del Medioevo che nel nostro tempo.

I. Gli Scritti in rapporto a Francesco e alle origini del movimento francescano. Nell’indagare il diretto rapporto di Francesco con i suoi scritti, C. Paolazzi ha tenuto innanzitutto a precisare il senso della provocatoria definizione del Santo come scrittore illetterato. Non solo Francesco era certamente alfabetizzato, ma visse di un rapporto ininterrotto con la Parola di Dio che lo fece non tam orans quam oratio factus, che determinò la nascita stessa degli Scritti e che rese lo scrivere di Francesco momento essenziale del suo rapporto con Dio, con i frati e con il mondo. Per questo è tanto delicato il problema delle loro diverse fasi redazionali – come per i Fragmenta che sarebbero una redazione intermedia tra i due testi normativi – e per questo l’uso lessicale può essere garante della loro piena aderenza a Francesco. A riguardo Paolazzi mostra come un primo abbozzo di canone si possa già delineare in base alle autocitazioni e ai rinvii interni, che definiscono un corpus comprendente di sicuro quasi tutta la produzione legislativa ed epistolare. Ma la storia del canone degli Scritti, favorita dall’impulso dato da Francesco alla conservazione, moltiplicazione, circolazione delle sue parole, passa attraverso l’antico codice 338 di Assisi a compilazioni trecentesche come quelle di Avignone e del gruppo della Porziuncola, alla singolare opera del Wadding, che riuniva nel 1623 ben 256 testi o “detti” di Francesco, fino alle edizioni più o meno speculari e di nuovo selettive del Boehmer e del Lemmens, agli inizi del Novecento. Fu proprio uno dei meriti dell’edizione Esser la fissazione praticamente definitiva del canone.

Ancora a partire dal personalissimo atteggiamento culturale di Francesco, che attuò una vera “strategia della parola” detta, scritta, figurata, rappresentata, dopo aver ripercorso il proprio personale impegno sulla questione degli autografi, A. Bartoli Langeli affronta il tema avvicinando concrete questioni peculiari a ciascuno di essi. Per quanto riguarda la lettera di Spoleto, egli non crede, come vorrebbero alcuni, ad una vera, consistente perdita di scrittura in seguito alla rifilatura del suo margine inferiore e considera ancora aperto il problema dell’attribuzione a Francesco o a Leone di alcuni interventi sul testo, che nel punto più critico porterebbero a leggervi una sorta di investitura di autorità a favore di Leone sugli altri fratelli. Nonostante la sua personale propensione a pensare lì all’intervento di Francesco, l’analisi della ben leggibile benedizione sulla cartula di Assisi potrebbe risultare una convalida dell’ipotesi opposta, visto che qui Leone intervenne di certo, prima secondo un criterio estetico, poi in una vera e propria emendatio. Sulle Lodi di Dio Altissimo, dove la difficile scrittura di Francesco è complicata dall’usura del supporto scrittorio, viene definitivamente accettata la ricostruzione – già di Paolazzi e altri – secondo cui il tau fu tracciato da Francesco solo dopo aver piegato il foglio ed in base alle tracce di questa piegatura e che, dunque, l’asimmetria della parte inferiore della cartula indica innegabilmente che vi fu perdita di testo, da integrare con quanto tramandato dai codici della tradizione.

Ma, sugli autografi, novità decisamente interessanti ha introdotto la dottoressa M. Bicchieri, direttore del laboratorio di chimica dell’Istituto della Patologia del Libro, che con estrema chiarezza ha esposto gli esiti delle analisi non distruttive prodotte sulla cartula di Assisi presso l’Istituto Centrale della Patologia del Libro e, precedentemente, all’Istituto di Fisica Nucleare dei Laboratori Nazionali del Sud di Catania. La sollecitazione da parte di raggi x e particelle α, la spettroscopia infrarossa, l’analisi della fluorescenza riflessa tramite l’uso incrociato di due lampade di Wood hanno permesso di elaborare dati significativi sullo stato materiale della cartula, sulla sua conservazione e anche sulla sua storia. Così sappiamo che la pergamena, fortemente disidratata, povera di calcio, liscia tanto da rendere solo probabile che i follicoli piliferi visibili siano di capra, presenta in superficie particelle grasse estranee (le tracce di frate Leone?); che l’inchiostro utilizzato è un comune inchiostro ferro-tanninico, ma mal composto per l’eccedenza di ferro che ha intaccato il già debole supporto; e che le aggiunte in inchiostro rosso di cinabro attribuite a Leone sono sicuramente coeve alla cartula stessa. Inoltre, le lacerazioni sul margine sinistro nascondono senza ombra di dubbio già esistenti fori di legatura, il che, unito alla forte abrasione della superficie e a quelle che sembrano vaghe tracce di un inchiostro successivamente eraso, sembrerebbe indicare l’originaria appartenenza della cartula ad un volume. Conservata in una camera blindata, condizionata e a temperatura fissa – condizione che sarà garantita nella nuova teca ora in costruzione –, essa dimostra di patire ad ogni spostamento, per cui pare che, se potesse parlare, direbbe «basta!» alle continue manipolazioni cui nel tempo è stata sottoposta.

Gli Scritti dicono molto anche sulla storia dei primi tempi del movimento francescano. G. Miccoli ha individuato nell’analisi testuale tracce delle modalità concrete in cui la scelta di Francesco si tradusse attraverso gli anni e delle trasformazioni che la crescita del gruppo imponeva. Così, nella Regola non bollata i termini della costruzione del progetto francescano riflettono l’itineranza – la libertà nel cibo – associata ad un reclutamento già agli apici della gerarchia sociale – le raccomandazioni sul lavoro – e culturale – l’esortazione a non gloriarsi della propria predicazione –, mentre la Cum Secundum vi compare nella prescrizione dell’anno di noviziato. Se si legge in quest’ottica il rapporto degli Scritti con le donne, si scopriranno ancora l’originaria mobilità, con la necessità di ospitalità temporanea, nel divieto assoluto di parlare con esse, ma un deciso grado di clericalizzazione dove ai frati sacerdoti sarà concesso di incontrarle da soli, per il consiglio spirituale e l’assoluzione. Accanto alla difesa da eventuale assimilazione ai gruppi ereticali, tutta la questione riflette la complessa relazione di Francesco e dell’Ordine con Chiara e, poi, con i monasteri ugoliniani e damianiti, nel processo complessivo che insieme alla normalizzazione dei due Ordini lascia il rapporto diretto nato con Francesco per il divieto assoluto nella Regola bollata di visitare qualunque monastero femminile. Non nascondono dunque gli Scritti le gravi contraddizioni che tormentarono Francesco, fino alla Lettera ai Fedeli, dove l’Ordine è assorbito nella totalità dei cristiani cui il messaggio francescano è rivolto, e alla Lettera a tutto l’Ordine, dove contro il pericolo di gerarchizzazione interna, accanto alla massima venerazione verso i frati sacerdoti, impone a quelli la massima umiltà. Se Francesco concepì l’Ordine come propria creatura al servizio del messaggio evangelico, le sue eventuali deviazioni non erano più nelle sue mani.

II. Gli Scritti nella storia e nella spiritualità francescana. Nell’aperto confronto con l’Ordine domenicano, L. Pellegrini ha ricordato come la storia dell’Ordine francescano sia stata profondamente segnata dalla vicenda personale e dalle parole del suo fondatore, da subito trascritte e riprodotte in ogni epoca. Fin dal Medioevo diverse compilazioni le riunivano in raccolte più o meno organiche, di fondamentale interesse anche perché, profondamente legate alla situazione storica che le produsse, dimostrano i caratteri di questo legame nei criteri di scelta dei brani, nel loro ordine di presentazione, in elementi peculiari a ciascuna; sono dunque a pieno titolo parte importante della storia complessiva dell’Ordine. Così, il cod. 338 di Assisi – la più antica raccolta degli Scritti – è opera concepita per la lettura pubblica, destinata ad una vasta comunità assisiate e prodotto dell’ambiente della riforma minoritica; il compilatore del codice Volterrano, che sceglie i testi in base a destinatari che non sono i soli membri dell’Ordine, segna un percorso la cui frequentazione è attestata, ma che non ebbe seguito; la compilazione avignonese delle memorie escluse da Bonaventura, letta a mensa per volontà del ministro generale, è probabilmente frutto di un ambiente sensibile al fascino delle origini, nello scontro con Giovanni XXII. Così, dagli ambienti preriformati del perugino, al codice di Ognissanti - dove le agiografie sono quasi una sezione autonoma -, fino al codice di Sankt Florian - che, nel delicato periodo di Olivi, Michele da Cesena e fraticelli, offre il corpus degli Scritti al completo allo stato in cui il Medioevo li conobbe - è chiaro indizio di un mutamento di interesse che i codici a partire dal XVI secolo abbiano iniziato a riprodurre solo testi normativi e Testamento.

Dalla tradizione del codice 338 di Assisi L. Lehmann ci porta direttamente all’Esser, che proprio da quello iniziava il suo lavoro sul Testamento. E nel duplice segno del ritorno all’effettivo ideale di Francesco e del suo adattamento alle necessità del nostro tempo, Esser delineò l’unica via possibile nello studio delle fonti e nel dialogo fraterno, promovendo in questo senso anche l’impegno per una efficace traduzione degli Scritti nelle lingue moderne. La sua riscoperta del carisma francescano muove dal riconoscimento che per il Santo la povertà è segno del Regno, l’obbedienza è impegno alla libertà e la castità è libertà di amare. Esser scopre poi in Francesco una dimensione escatologica lontana da un gioachimismo che non condivise mai, per essere lettura globale di Cristo salvatore; trova nella sua venerazione per Maria una vera struttura teologica in costante connessione col mistero trinitario; e svela una dottrina eucaristica vera e propria tessuta in germe negli Scritti. Sul piano dell’attualizzazione concreta del messaggio francescano Esser fu impegnato nel momento in cui, negli anni ’60 del Novecento, la possibilità di conciliare l’Osservanza regolare con la pastorale e la vita moderna fu messa in dubbio e si sollevò la proposta di una nuova regola francescana, più adatta alle troppo mutate condizioni storico-sociali. Esser definì un nuovo approccio alla Regola del 1223 affiancando all’interpretazione giuridica e ascetica, che aveva finito davvero col renderla inadeguata, una metodologia di tipo storico-critico per ritrovare quegli stessi meccanismi che l’avevano prodotta non come una nuova regola monastica, ma come l’esposizione di uno spirito specifico. Vicino a questo fu il contributo determinante di Esser alla direzione presa nel 1967 verso la redazione di un documento spirituale comune ai tre Ordini, per l’evidenza di una ecumene francescana unita.

Riprendono il percorso sugli Scritti da Francesco alla storia dell’Ordine le tre comunicazioni della giornata. Cinque i punti di T. Matura: Francesco considera i propri scritti Parola di Dio trasmessa per suo tramite; questa pretesa si traduce nel modo in cui essa è tessuto stesso degli Scritti che, a dispetto del ruolo tradizionalmente accordato a Cesario da Spira, egli dettò sicuramente nei loro termini precisi; in essi viene attuata una teologia della Parola sorprendente per un laico non formatosi attraverso i canali ufficiali dell’istruzione teologica; l’esegesi di Francesco è del tutto personale, sempre immediata e lontana dal modo medievale dei quattro livelli dell’interpretazione; una conoscenza tanto ricca della Parola è quasi esclusivamente acquisita da lui entro lo spazio della liturgia. E da Francesco ai suoi compagni, F. Accrocca svolge l’importanza degli Scritti per la storia dell’Ordine attraverso la costante citazione che di essi, ma anche dei dicta e dei facta, fecero gli Spirituali nei momenti più critici della loro vicenda, recuperando in essi e nelle parole di Leone l’esempio concreto della fraternitas, contro le astuzie dei giuristi; si legga Olivi, Ubertino, Angelo Clareno. Dal Medioevo all’indirizzo postconciliare di ritorno alle fonti, C. Vaiani sottolinea ancora il ruolo di Esser per la riscoperta del valore degli Scritti, contro le tendenze di una teologia del carisma che rischiava di riunire ogni documento in comune materiale devozionale, e di studi di spiritualità che trascuravano gli Scritti a favore delle biografie, per il pregiudizio di un Francesco illetterato e perché in mancanza di trattati di dottrina se ne ricercavano i termini nei racconti della sua esperienza. Ma se il risultato fu che il salto da francescanesimo a puro Francesco fece dimenticare otto secoli di storiografia francescana, è grazie alla cooperazione di competenze teologiche e storiche che le ricerche di una dottrina francescana condotte a partire dagli Scritti dovranno diventare base per lo studio del vissuto di Francesco, con la ripresa intelligente anche delle fonti biografiche.

III. Aspetti filologici dell’edizione degli Scritti. Dalla complessa tradizione manoscritta all’opera compilativa del Wadding, alle edizioni provvisorie di Boehmer e Lemmens, il lavoro di Esser si impose subito come unico testo di riferimento, anche senza i dovuti controlli critici. E. Menestò, senza negare l’importanza dell’edizione Esser nel dato acquisito che ogni edizione è pur sempre “una” ricostruzione, ha sottoposto il suo operato ad un esame critico impeccabile, a partire dal titolo stesso – dove Opuscula risulta senz’altro improprio, visto che il termine indica un genere ben preciso e ben diverso dagli scritti di Francesco – e dall’ordine di presentazione – dove la successione alfabetica dei titoli è senz’altro la meno felice, anche rispetto ad una cronologica incerta. Sull’attribuzione e la scelta dei testi i criteri dell’Esser sembrano piuttosto superficiali, ma è soprattutto all’atto del lavoro ecdotico vero e proprio che si svela una metodologia inadeguata. Egli usa le nozioni di varianti, sottogruppi, lezioni genuine, vicende testuali, ma non ricostruisce alcuna parentela tra i codici se non (con risultati dubbi) per le Ammonizioni; poi suggerisce di appoggiarsi a quella per la comprensione dell’intera raccolta, mentre è quasi ovvia la necessità di costruire per ciascun testo uno stemma codicum che illumini la storia importantissima e diversificata della loro trasmissione. Non solo: sono arbitrarie le scelte delle varianti, che del resto Esser non motiva, aprioristica l’automatica preferenza di lezioni prive di cursus, perché sicuramente più vicine al testo concepito dal “semplice” Francesco, inadeguata l’idea di mantenere la grafia latina “oggi più usuale”. Anche per questo si impone la soluzione del dubbio che vuole urgente una nuova edizione critica.

Spostando il centro di interesse, sempre chiaro ed estremamente puntuale G. Pozzi illumina il rapporto di Francesco con la Sacra Scrittura, tradotto in una vera etica della citazione. Citando in discorso diretto, Francesco si sottrae senza giudicare, ma amalgamando la citazione alle proprie parole con l’anticipazione di suoi termini significativi fa sì che essa non sia mai ridondante e crea tra le parti un rapporto di perfetta circolarità. Quando la citazione è nella compagine del testo, senza soluzione di continuità, la coordinazione è affidata sempre al testo citato e nella costruzione ad intarsio Francesco riesce a creare un continuum tra citato e citante, senza mai imporsi in quanto tale; nell’uso di frammenti, anche una sola parola citata serve per dare al suo messaggio un intero quadro di riferimenti, mentre nei propri interventi personali, finge di non esserci nel citante, personalizzando invece la citazione. Attraverso l’analisi comparata della prima Ammonizione con uno Pseudo-Bernardo probabilmente derivante da una fonte comune, Pozzi dimostra il metodo di Francesco, “citante eccezionale” che si immedesima nella fonte pur lasciandovi traccia di sé.

Alla fine della mattinata, la comunicazione di Flood riprende il complicato rapporto tra il processo di traduzione dell’ideale di Francesco in un gruppo in via di espansione, la redazione dei testi normativi nello scontro di due culture quasi opposte, e la politica della Chiesa. Risultato di questo complesso sistema di relazioni una Regola bollata intrinsecamente ambigua, alla quale i frati e Francesco stesso dovettero comunque riferirsi, rendendola propria. Il Santo lo fece ancora – attraverso i temi del lebbroso, della fiducia nei preti, del lavoro – nel suo Testamento, che Flood considera non una recordatio, ma il primo, vero commentario alla Regola. N. Kuster parla invece degli scritti di Francesco per Chiara, o meglio per San Damiano, illuminandone alcuni aspetti peculiari – come il fatto che la Forma vivendi poteva essere destinata ad un percorso simile a quello della protoregola di Francesco e diventare nucleo di un testo legislativo – con l’idea che se essi evidenziano la sollecitudine del Santo per le sorelle e il posto che egli accordava loro all’interno del suo Ordine, in contrapposizione con la successiva politica ugoliniana, non si può più pensare ad un influsso unidirezionale di Francesco su Chiara, ma piuttosto ad uno scambio fecondo tra i due. È infine un aggiornamento codicologico della tradizione francescana manoscritta – “una nuova lista della spesa!” a detta del relatore – il contributo di A. Ciceri che, sia pure in maniera non definitiva per la mancanza di una catalogazione esaustiva di molte biblioteche, aggiunge 66 manoscritti – di cui 30 contenenti solo la Regola bollata – a quelli conosciuti dall’Esser, datati tra il XIV e il XVIII secolo inoltrato, in latino o vernacolo, che dovranno essere naturalmente contemplati in una eventuale nuova edizione critica.

IV. Francesco e i suoi Scritti fra tradizione e profezia. Alla ricerca del programma spirituale di Francesco condotta da A. Vauchez nei suoi Scritti si oppone il problema dell’oggettiva difficoltà di datarne con sicurezza la gran parte, cosa che rende impossibile comprenderne l’esatto significato nel preciso rapporto alle circostanziate realtà storiche e personali in cui Francesco li produsse. Di certo è che l’intento dell’Assisiate era la costituzione di una spiritualità autenticamente cristiana, ma anche adatta alle problematiche del suo tempo in cui ruolo fondamentale spettava alla contestazione eretica. Per questo nelle pagine francescane si possono leggere, anche senza un trattato specifico, precise posizioni in particolare nei confronti delle dottrine catare e patarine. La marcata fede trinitaria, la dipendenza del male dall’uomo, l’unicità di Dio nonostante la sua onnipresenza nelle chiese e nel pane eucaristico, l’insistenza sulla necessità di accettare la mediazione della Chiesa indipendentemente dall’indegnità dei preti, e sulla necessità severamente garantita della perfetta ortodossia dottrinale dei frati, sono temi tramite i quali Francesco, con un vocabolario formalmente vicino a quello degli eretici perché sostanzialmente di tipo popolare, offre ad essi una alternativa valida sotto ogni aspetto.

Nel panorama della storiografia francescana, già variamente presentato durante i lavori del Convegno, G. G. Merlo ha evidenziato che sul suo rinnovamento gli Scritti di Francesco ebbero un ruolo importante, e particolarmente dopo l’impulso del Sabatier. Sempre considerando che l’assenza degli Scritti in tutta la storiografia francescana di un certo periodo è essa stessa dato storico fondamentale per la storia dell’Ordine, il Convegno di Todi del 1968 e quello di Assisi del 1973 sono due tappe collettive del processo che vide mano a mano definirsi l’opinione comune del fallimento dal punto di vista storiografico delle leggende e delle fonti agiografiche ed imporsi la necessità degli Scritti per il recupero del vero Francesco della storia, nell’equazione che vede vita e scritti come segno di una presenza, e santità e leggende come volontà di rinnovare a posteriori una presenza assente, con tutte le contaminazioni che questo processo comporta. Allo stesso tempo è però indicata, sulla scorta di Miccoli, la via per il recupero e l’impiego del materiale agiografico, proprio tramite il filtro degli Scritti, che diventano strumento della ricostruzione di una esperienza religiosa tramandata da fonti di generi differenti. Se gli Scritti hanno rinnovato una storiografia è stato perché si ha ora coscienza della loro posteriorità alla conversione di Francesco, del loro rapporto cronologico con la vicenda personale del frate, della grande differenza che indubbiamente si deve concedere a scritti che distano tra loro anche una ventina d’anni, della padronanza da parte di Francesco di un sapiente sistema di comunicazione che è retorica senza retorica, tutti dati che gli Scritti stessi insegnano.

Tavola rotonda conclusiva. È stato impossibile discutere di tutti i temi affrontati in queste dense giornate di approfondimento. Lo studio degli Scritti nelle molteplici prospettive affrontate attraverso questioni quali la definizione del canone, la scoperta di nuovi manoscritti, il nuovo valore dato agli autografi, ai loghia, alle testimonianze indirette, nonché l’analisi critica della metodologia dell’Esser, porta alla inevitabile decisione dell’opportunità o meno di provvedere ad una nuova edizione che, nella proposta di F. Uribe, potrebbe condurre ad un uniforme sistema di titoli, sigle, suddivisione in versetti, divisioni interne dei testi ed ordinamento degli stessi, per porre un freno alla anarchia in questo campo crescente. Accanto alla rapida trattazione di questioni specifiche quali il posto dei Fragmenta della Regola non bollata in relazione ai due testi normativi pervenuti integri (Pellegrini risponde a Paolazzi), o la necessità di non trascurare l’importante ruolo giocato dalla traditio oralis già nella fraternitas e a seguire, pare emergere dalla Tavola Rotonda che sulla riedizione dei testi l’augurio sia per ora di lunga vita all’edizione Esser, con tutte le sue imperfezioni, con tutti i suoi meriti.

 

 


 
 
 
 
 
 
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