Inizio > Rivista Antonianum > Articoli > Nobile Giovedì 22 agosto 2019
 

Rivista Antonianum
Informazione sulla pubblicazione

 
 
 
 
Foto Nobile Marco , Recensione: FRÉDÉRIC MANNS, L'Israel de Dieu. Essais sur le chrìstianisme primitif , in Antonianum, 72/4 (1997) p. 698-699 .

L'autore, ormai noto nel campo della giudaistica, aggiunge al suo repertorio personale e a quello dello Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme, retto dall'Ordine dei Frati Minori, un fiore all'occhiello. Il libro è infatti un'ulteriore rac­colta di saggi, già pubblicati per la maggior parte separatamente, che s'inserisce nel­la ricerca ormai diuturna del M. e che offre una testimonianza in più a quella scuo­la da sempre rappresentata dallo Studium. Parliamo della scuola che ha avuto tra i patriarchi i PP. B. Bagatti ed E. Testa e che si è distinta fino ad oggi per un'appro­fondita ricerca biblica contestuale nel campo del giudeo-cristianesimo, cioè di quel­la forma storicamente necessaria ed ineludibile che ha assunto il giudaismo primi­tivo convertito al cristianesimo, uno dei tanti che costellavano la galassia giudaica del II sec. a.C. - I sec. d.C, all'interno della quale appunto è sorto più tardi anche quel piccolo gruppo. Nessuno avrebbe mai sospettato un futuro così grandioso per la fazione cristiana; fatto sta che, grazie alla sua diffusione nel mondo ellenistico e all'ingresso poi fortemente maggioritario dell'elemento gentile, essa è il solo movi­mento dell'universo giudaico, insieme a quello che sarebbe diventato il giudaismo rabbinico, che sia sopravvissuto. Ora, tradizionalmente, l'avanzamento del cristia­nesimo viene ritenuto, in modo talora anacronistico, come il formarsi di una religio­ne a partecipazione mista eppur compatta, dove l'elemento ebraico è stato presto sopraffatto dalla nuova visione di fede e dalla prevalenza dell'elemento gentile. E per questo che in passato, a torto, non si è recepito il valore della ricerca dello Stu­dium di Gerusalemme. Oggi, quel tipo di ricerca riceve una testimonianza di con­ferma da parte di tutta una rivoluzione che sta avvenendo nel campo della giudai­stica e dello studio della letteratura intertestamentaria, specialmente in seguito alle scoperte di Qumran e alla pubblicazione progressiva dei documenti.

L'elemento giudeo-cristiano non può essere eliminato, come dimostra il M. in questi suoi saggi, non solo per la evidente sopravvivenza di un gruppo, alla fine cer­tamente sfortunato, ma perché il cristianesimo primitivo è tutto intrìso di cultura giudaica, che si fosse più o meno favorevoli alla madre comune, da cui proveniva anche il cristianesimo.

Alla dimostrazione di queste tesi servono le analisi puntuali con le quali il M. ricostruisce quel tessuto giudaico presente nelle affermazioni cristiane, specialmen­te in quelle dei Padri della Chiesa (mentre in passato egli ha già pubblicato ricerche simili nel solo campo biblico, in particolare quello giovanneo).

La lettura di questi lavori dilata la conoscenza del problema, illuminato da ar­gomentazioni suffragate dalle fonti sia giudaico-rabbiniche che da quelle patristi­che.

La materia è distribuita in tre parti. Nella prima, il M. offre degli spunti inte­ressanti, atti a dimostrare come concetti biblici e patristici risentano in modo diret­to delle origini giudaiche (vedi l'uso e il contenuto dello Shemà o il concetto di «Verbo abbreviato», nel quadro dell'accondiscendenza divina). La seconda parte, invece, ha più una portata storica, benché sempre condotta sulla base dell'analisi di fonti letterarie giudaiche e patristiche: difatti, si occupa del riscontro dell'elemento giudeo-cristiano fino a tarda epoca. Nella terza parte, infine, la ricerca si sposta sul versante più propriamente rabbinico, sempre al fine di attestare la presenza giudeo-cristiana. La conclusione dell'opera offre urìapergu dell'incontro-scontro tra il giu­daismo rabbinico e il giudeo-cristianesimo, espresso nell'uso di alcune figure clas­siche di entrambi i fronti, quali Adamo, Abele, Enoc, Isacco, Mosè, ecc.

Si auspica che opere del genere trovino oggi una sempre più ampia diffusione, perché contribuiscono a prendere sul serio quanto il magistero cattolico post-con­ciliare oggi non cessa di raccomandare: la conoscenza autentica dell'ebraismo, al fi­ne di riscoprire le radici comuni che con esso ha il cristianesimo e di poter condurre un cammino sempre meno punteggiato di pregiudizi.


 
 
 
 
 
 
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