Inizio > Rivista Antonianum > Articoli > Nobile Venerdì 06 dicembre 2019
 

Rivista Antonianum
Informazione sulla pubblicazione

 
 
 
 
Foto Nobile Marco , Recensione: Giovanni Garbini-Olivier Durand, Introduzione alle lingue semitiche , in Antonianum, 71/1 (1996) p. 115-116 .

Con questo manuale, siamo di fronte ad un'opera rapida, essenziale e moder­na, che vuole conciliare due cose: innanzi tutto riempire per il pubblico italiano il vuoto, lasciato dall'irreperibilità di due lavori che in passato hanno fatto scuola: Le lingue semitiche di G. Rinaldi (1954), dedicato all'aspetto storico del tema, e Lezioni di linguistica semitica di S. Moscati (1960), volto allo studio dell'aspetto strutturale delle lingue semitiche. L'altra cosa da conciliare, è una visione più aggiornata del campo di ricerca, che tenga presenti le molte scoperte degli ultimi anni, tra le quali eccelle quella di Ebla, grazie alla quantità di materiale testuale che ha offerto, il ritrovamento del testo profetico di Deir Alla e gli attuali orientamenti attorno alla natura del camitico, o meglio del camitico-semitico. Da tale intento è nato un manuale utile sia per gli studenti, che ne sono i primi destinatari, che anche per gli studiosi che vogliano avere un prontuario sintetico in materia. Difatti, l'intro­duzione ha molta cura della chiarezza didattica, ma non sacrifica la rigorosità me­todologica e critica.

Dell'introduzione alle lingue semitiche sotto l'aspetto prevalentemente stori­co, si occupa il Garbini, con la sua ormai nota vivacità critica, che rende ancor più appassionante la trama del suo discorso (capitoli 1 e 3); mentre, il Durand dà un saggio di tersa ed essenziale presentazione di semitistica sistematica (capitoli 2 e 4), volta allo studio della fonologia e della morfologia sotto un profilo generale, che fa cogliere il nucleo comune delle lingue in questione e le loro relazioni re­ciproche. Peccato, come lamenta il D., che il lessico semitico non possa ancor oggi poggiarsi su risultati sicuri da tutti accettati: ne viene a soffrire l'efficacia dell'analisi comparativistica.

Non potendo discutere il libro nei dettagli, specialmente quelli sistematici, ci soffermiamo sulla trattazione del Garbini. Il quadro dell'evoluzione storica del fe­nomeno linguistico semitico, da lui descritto, è sorprendente e stimolante. Vengono scartati, come spiegazione unica, sia il modello genealogico unilineare (rapporto « madre-figlia »), sia quello delle contaminazioni linguistiche per prossimità. II ceppo semitico è invece « un cespuglio », non riconducibile ad una improbabile madre unitaria, bensì ad una serie di espressioni linguistiche amorree (l'amorreo nelle sue distinte parlate, può essere considerata grosso modo la base originaria o madre/i del processo evolutivo), sviluppatesi secondo tre traiettorie: 1) le parlate originarie della Siria settentrionale del II millennio a.C., perlopiù usate da nomadi o seminomadi, le quali, semplificando il nostro discorso, dopo un millennio si tra­sformano neU'aramaico; mentre, nel corso del primo millennio a.C., le spinte innovatrici dell'amorreo si esauriscono, si assiste ad un fenomeno collaterale di arabiz-zazione (Nabatei, Safaiti); 2) l'amorreo delle culture urbane, che dà origine al ca­nanaico e all'ugaritico; 3) la più problematica traiettoria dell'amorreo verso i terri­tori mesopotamici, specialmente quelli meridionali, che avrebbero più tardi svilup­pato lingue come il sudarabico, il geez e l'etiopico meridionale: queste lingue, più che derivate dall'amorreo, sembrerebbero comportare piuttosto una componente amorrea. Questo quadro non dice tutto, perché va rifinito e completato soprattutto con i fenomeni linguistici a monte. L'evoluzione appena abbozzata, in realtà non è lineare, ma ramificata e complessa: alcuni degli sviluppi dell'amorreo nel territorio palestinese meridionale, tradiscono la presenza di un pre-semitico locale, come si può parlare, per altro verso, di un pre-accadico locale. Il fatto è che nel III millen­nio a.C, l'amorreo, curiosamente già evoluto, va visto a fianco di due lingue sorelle, contemporanee eppure più arcaiche, l'eblaita e l'accadico. Il rimescolamento suc­cessivo delle lingue, va imputato a contatti vari per vicende storico-politiche e so­cio-culturali ancora ignote.

L'analisi del G. è ricca di spunti, com'è nella metodologia di questo studioso, che vanno ulteriormente approfonditi. Un'altra nota, questa, che appartiene alle caratteristiche fondamentali di una introduzione.


 
 
 
 
 
 
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