Inizio > Rivista Antonianum > Articoli > Nobile Giovedì 05 dicembre 2019
 

Rivista Antonianum
Informazione sulla pubblicazione

 
 
 
 
Foto Nobile Marco , Recensione: Giovanni Garbini (a cura), Cantico dei Cantici , in Antonianum, 67/4 (1992) p. 534-536 .

Quest'anno è stato fruttuoso per gli studi di uno dei più belli e problematici libri dell'AT: il Cantico dei cantici. In Italia sono apparsi due commentari, quello monumentale di G. Ravasi, per le edizioni Dehoniane, e il presente, che continua una serie aperta da G. Scarpat e votata principalmente ad un'esegesi filologica, dalla quale ci si può aspettare molto. Anche perché gli studiosi cimentatisi finora in questa collana, usano un approccio diverso e originale con le Scritture, rispetto a quello classico degli esegeti «di mestiere». Credo che di fronte alla sfida meto­dologica odierna, per quanto concerne lo studio dei testi biblici, molto si abbia da imparare da un'esegesi «laica», non prevenuta in senso confessionale e clericale. Certo, le pregiudiziali non potranno mai mancare in una ricerca (è un dato antro­pologico ineliminabile), ma ciò non toglie nulla al sano apporto di una filologìa «altra», condotta da non chierici.

Il commentario è il primo e l'unico frutto finora di un'intesa nata nel 1984 tra i semitisti di alcune università italiane, per la restituzione critica (nel possibile...) dei testi biblici veterotestamentati.

Il Garbini, ordinario di semitistica all'università statale «la Sapienza» di Roma, offre un commento originale che è il risultato di anni d'indagine rigorosa­mente filologica. Ma, come si dirà presto, l'originalità non è esclusivamente nel­l'ordine filologico.

Il commento si compone di tre parti. Nella prima si cerca di ricostruire non il testo originale del Cantico (impossibile!), bensì la lezione possibilmente più vicina all'originale, soggiacente alle testimonianze ebraiche recenziori (testo masoretico e raccolta Kennicott-De Rossi) e alle versioni (LXX, Origene, Vetus Latina, Vol­gata e Siriaca). L'indagine è tesa in particolare a scoprire il testo reale, perlopiù autenticamente erotico, che doveva esservi dietro le prime revisioni giudaiche, co­minciate molto presto, per dare un'accettabilità «canonica» ad una lettera talora imbarazzante per la pruderie rabbinica (ma ben presto vi metteranno del loro anche i cristiani, i quali si sono inseriti agevolmente nel solco tracciato dagli stu­diosi ebrei).

È impossibile presentare in questa sede i dettagli di un'esame minuzioso e serrato che si fida soprattutto della proprio annosa esperienza nel campo dell'epi­grafia semitica, piuttosto che dell'ampia letteratura specialistica che di solito riempie le analisi di questo tipo. Certo, un confronto ed una possibile discussione con altri studiosi avrebbe potuto arricchire l'indagine, ma la rotta è mantenuta dal G. con polso fermo e navigato.

La chiarezza dell'argomentare, poi, è facilitata da un'impostazione e una cura editoriali, che sono un pregio della Paideia.

La prima parte è conclusa da un riepilogo che svolge il tema della «tradizione testuale» del Cantico (niente di nuovo: il TM è la forma testuale migliore; tra le testimonianze della LXX, il Vaticano risulta la migliore; la Vetus Latina riveste una particolare importanza per alcune sue caratteristiche «arcaiche», mentre la Volgata e la Siriaca non apportano granché, essendo decisamente secondarie) e dalla riproduzione del «testo critico» ebraico-italiano, risultato dell'analisi.

La seconda parte del commento è dedicata all'interpretazione letterale e poetico-letteraria dell'opera.

La terza parte, infine, risultato in buona misura delle analisi precedenti, è la parte più originale e gradevole di tutta l'operazione del G. Con essa vengono af­frontati problemi storici e critici, riguardanti sia l'opera intera che le relazioni di questa con altre opere e tematiche bibliche ed extra-bibliche.

Il Cantico è una bella composizione poetica della fine del I sec. a.C, che trova un lontano ascendente d'ispirazione negl'Idilli del poeta alessandrino del III sec. Teocrito, e nella più ampia letteratura tardo-ellenistica, epigrammatica ed erotica (Filodemo e Meleagro di Gadara). Ma l'influenza non è diretta e totale, bensì filtrata dalla cultura e dalle tesi giudaiche che il geniale autore anonimo vuole difendere. Anzi, proprio l'uso strutturale della poetica ellenistica ai fini d'interessi tematici, tipicamente ebraici, fa di questo poemetto un'opera filoso­fica, anzi sapienziale, non meno dell'Ecclesiaste.

Le verità che l'autore vuole manifestare, sono costruite mediante un'ottima strutturazione letteraria e compositiva, che è unitaria nella globalità, anche se i singoli componimenti, epigrammi ed idilli, possono avere una loro autonomia. Le varie unità compositive si possono raggruppare secondo tre filoni, ciascuno dei quali disegna l'immagine di volta in volta diversa di una donna: la giovane donna innamorata e idealizzatrice, la donna ancora innamorata ma maliziosa e smaliziata, e, infine, la prostituta, alla quale è fatto carico del ruolo più impor­tante, quello di lasciar manifestare Amore (Ahavah) in una teofania (fondamen­tale è, per il G., 8,5-7). L'apparizione dell'Amore, una persona divina, che non di­sturba il monoteismo dell'autore, dato che si tratta dello stesso Dio d'Israele, dà conforto e conferma a quello che dev'essere considerato l'amore più autentico, l'amore sofferto e sofferente di Psyche-anima in assenza dell'amato, che alla fine trova un premio trascendente. L'andamento poetico della trattazione ricorda opere e contenuti come quelli del Simposio platonico, ma soggetto e fine di essa sono prettamente giudaici. In realtà, l'autore vuole soltanto servirsi di strumenti greci per affermare che Dio è amore o l'amore è Dio, in polemica con un certo giu­daismo maggioritario, di osservanza farisaica, che esaltava la Sapienza e lo faceva con analoghe operazioni personificatrici.

Il G. prosegue, poi, in un raffronto ideologico serrato del Cantico con il resto della letteratura giudaica biblica recenziore e con il «milieu» cristiano neotesta­mentario, al cui centro è la figura di Gesù.

Per chiudere, sia lecito fare alcune osservazioni critiche. Come si è detto più sopra, il G. non è molto prodigo di riferimenti bibliograafici, ma, appunto per questo, lasciano perplessi alcune affermazioni apodittiche che si vorrebbero per­lomeno documentate. Alcuni esempi.

A p. 321, dopo aver conferito a Pro 1-9 il titolo convenzionale di «Elogio della Sapienza», il G. elenca i concetti essenziali della piccola raccolta e mette al primo posto il seguente: «la Sapienza è un'ipostasi di Yahweh (8,22-31)». Che la Sa­pienza di Proverbi sia «tout court» di natura ipostatica è tutt'altró che pacifico; l'affermazione andrebbe perlomeno sfumata. Si vedano anche le pp. 323s.: il Siracide sarebbe anteriore a Pro 1-9. Che questa affermazione serva all'assunto del Nostro è indubitabile, ma che lo sia altrettanto il dato cronologico, è da dimo­strare. A p. 343: «A lamnia i rabbi stabilirono un testo della Genesi in cui non vi è più traccia della natura sessuale della trasgressione [di Adamo ed Eva]». Dov'è scritto che il peccato adamitico fosse di natura sessuale? In realtà, il G. ha in sé la convinzione pregiudiziale che ciò sia vero, fino a rischiare un «lapsus» curioso. A p. 325 egli dice: «Amore che si desta sotto il melo dell'Eden e ivi genera l'anima (Cantico 8,5) è il capovolgimento di Genesi 3 secondo cui il frutto proibito (il sesso) avrebbe introdotto nel mondo la morte». A parte che il rapporto melo-E­den di Cantico 8,5 è una vaga ipotesi con indizi scarsi e indiretti (cf. p. 296s), il G. ha una vera e propria pregiudiziale ineliminabile circa l'identificazione del frutto edenico con una mela (si veda a p. 341, quasi a fondo pagina). Ma questa è una vecchia storia tradizionale, fondata su un equivoco lessicale (malum = «male» o «melo») e proseguita nella novellistica popolare fino ad oggi.

In altre parole, l'osservazione di fondo a questo proposito è che tanto il G. è avaro di discussione bibliografica, quanto è apodittico nelle sue affermazioni. Una seconda osservazione s'incrocia con la precedente. Il G., alla cui creatività va tutta la nostra simpatia, mira di solito, nel suo metodo di lavoro, ad offrire un'ese-gesi totale, non solo nel senso tecnico usato dai biblisti, di un'analisi condotta su di un determinato testo, a tutti i livelli (storico, letterario, critico-testuale, lingui­stico, ecc.), bensì anche nel senso di un confronto e di una disinvolta e convinta soluzione in rapporto a letteratura e a tematiche altre, presupponenti esigenze pregiudiziali e metodologiche proprie, interne ed esterne. Si veda, ad es., la dis­sertazione rapida e disinvolta attorno ai rapporti tra il Cantico e la letteratura, i personaggi, Gesù in testa, e i movimenti di epoca neotestamentaria. La metodolo­gia del Nostro, spinta a questi estremi, è scientificamente rischiosa.

Tutto ciò non toglie naturalmente fascino alla vivace e inaspettata intelli­genza dei problemi mostrata dal G. Come si diceva all'inizio, egli ha da dire molto, con questo suo commento, non soltanto dal punto di vista strettamente fi­lologico, nel quale è maestro, ma anche nella facoltà di «sinderesi» o meglio in quella capacità stereometrica di non lasciarsi inghiottire dal particolare, come ac­cade nella degenerazione di una metodologia aridamente analitica, ma di mante­nere anche una visione del tutto, che dà senso alla ricerca.


 
 
 
 
 
 
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