Inizio > Rivista Antonianum > Articoli > Nobile Mercoledì 19 febbraio 2020
 

Rivista Antonianum
Informazione sulla pubblicazione

 
 
 
 
Foto Nobile Marco , Recensione: URSULA UND DIETER HAGEDORN, Olympiodor Diakon von Alexandria-Kommentar zu Hiob , in Antonianum, 59/1-2 (1984) p. 311-312 .

Fino a poco tempo fa, commenti a Giobbe della chiesa greca dei pri­mi secoli erano accessibili solo attraverso' frammenti, ricavabili perlopiù dalla « catena di Giobbe », di tradizione secondaria. Con il presente com­mentario di Olimpiodoro, i curatori contribuiscono ad ovviare valida­mente a tale deficienza, continuando, del resto, un programma che si sono proposti già da vent'anni e che ha avuto come prima tappa la pub­blicazione del commentario a Giobbe di Giuliano l'Ariano (PTS 14, 1973).

Il lavoro presentato stavolta e dettagliatamente descritto nell'intro­duzione, si basa su due manoscritti praticamente completi, riportanti l'intero commentario di Olimpiodoro: il Codex Vaticanus gr. 745 (= X) del 10° sec. e il Codex Monacensis gr 488 (= Y) del 13° sec. Questi due codici riguardano la tradizione primaria; per quanto riguarda la tradi­zione secondaria, l'edizione si è servita di due generi di testi: a) le diverse recensioni della « catena di Giobbe »; b) frammenti da altre fonti.

Di Olimpiodoro si sa poco. Egli dev'essere vissuto nel VI sec. ad Ales­sandria, di cui chiaramente ama seguire la metodologia esegetica, anche se usa oltre all'interpretazione allegorica anche quella letterale. Era dia­cono, ma non si sa circoscrivere esattamente il contenuto di tale titolo. La sua influenza culturale si è estesa al di là del suo tempo e sembra essere durata vari secoli, come denota l'uso frequente di suoi scritti nelle diverse recensioni.

Il commentario in questione suscita un problema molto interessante e ampiamente affrontato dagli editori (pp. XLVII-XLVIII e LIII-LV1): il tipo di testo biblico adoperato dall'Autore e il modo con il quale egli lo usa dal punto di vista critico-testuale. Chiaramente Olimpiodoro vuole rifarsi al testo più genuino possibile dei LXX e, proprio per questo, con un metodo che non ha nulla da invidiare ai moderni critici, egli riporta spesso le varienti di una lezione, tra le quali spiccano quelle di Aquila, Simmaco e Teodozione. Nel riportare altre lezioni, a volte si mostra neu­trale, altre volte dissente, altre volte ancora concorda.

Riguardo alla struttura e al contenuto del commentario, esso consta di un'introduzione (hypóthesis) e del corpo in 33 capitoli. Nella prima, egli si preoccupa di presentare gli scopi e il piano del suo commento; nel secondo procede a una interpretazione di Giobbe, suddivisa in capitoli che non  tengono  conto  della  suddivisione  corrente,  ma  del  contenuto.

Una tale opera e tanta ammirevole fatica da parte dei curatori sono un invito a guardare ad esse come a un punto fermo di riferimento.


 
 
 
 
 
 
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