Inizio > Rivista Antonianum > Articoli > Nobile Lunedì 17 febbraio 2020
 

Rivista Antonianum
Informazione sulla pubblicazione

 
 
 
 
Foto Nobile Marco , Recensione: OSWALD LORETZ, L'unicità di Dio. Un modello argomentativo orientale per l'«Ascolta, Israele!», , in Antonianum, 83/4 (2008) p. 694-695 .

Il saggio che il noto studioso tedesco ci offre è di estremo interesse. In­nanzi tutto, lo è perché mostra il grado di elevatezza critica al quale è giunta l'orientalistica moderna (l'autore è noto per i suoi studi comparativistici sui testi biblici e su quelli ugaritici); in secondo luogo, l'indagine denota come l'esegesi contemporanea si sia svincolata da una pregiudiziale apologetica sof­focante e fuorviante. Del resto, la verità che sia tale, non ha mai da temere da una ricerca spassionata...

Il sottotitolo del libro offre il soggetto dibattuto. Il L. pone a confronto lo "Shemà Israel" (= "Ascolta, Israele"), in particolare le parole di Dt 6,4b ("JHWH è il nostro Dio, JHWH è unico!"), fondamento della confessione monoteistica dell'ebraismo, con affermazioni similari provenienti soprattut­to da testimonianze documentali ugaritiche, ma anche egiziane e mesopo-tamiche. Il modello interpretativo tradizionale del testo biblico, quello del monoteismo assoluto, a partire dalla prospettiva sia cristiana, che ebraica e musulmana, è giustamente criticato dall'autore, perché anacronistico. Più corretto è invece il modello che viene ricevuto da culture affini a quella del­l'Israele biblico, in particolare dalle culture siro-cananee. Alcuni testi dell'an­tica città siriaca Ugarit mettono in risalto un concetto di unicità di Baal, che, mentre non elimina la presenza di altri dei del pantheon cananeo, afferma nel contempo l'esclusività di tale dio per il popolo ugaritico: «Sono l'unico {achady, che ricorda l'affine 'echad di Dt 6,4b ) che domina sugli dei / che fa grassi dei e uomini / che sazia le moltitudini della terra! » (KTU 1.4 VII 49b-52a). Risultati similari si raggiungono nel raffronto con altre testimonianze. Intento dell'autore è mostrare, con acutezza e ampiezza di argomentazioni nel testo e nelle note del libro, come questi precedenti letterari cultuali abbiano fatto da humus allo sviluppo della fede israelitica, in particolare quando movimenti come quello deuteronomistico hanno impiegato il topos dell'unicità divina in un senso che sarebbe diventato quello del monotei­smo; in altri termini, non è dal punto di vista occidentale e moderno che va interrogata la Bibbia, ma dall'interno del contesto nel quale essa è nata e cresciuta. Si può anche non essere d'accordo su alcuni dettagli, ma il princi­pio metodologico è inappuntabile. Credo che studi come il presente lavoro del L. debbano essere diffusi tra gli studiosi di esegesi biblica e di teologia, e che debbano costituire un punto irrinunciabile quando si discute di storia religiosa d'Israele da un lato e di monoteismo in senso post-biblico (ebraico, cristiano e islamico) dall'altro.


 
 
 
 
 
 
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