Inizio > Rivista Antonianum > Articoli > Nobile Giovedì 20 febbraio 2020
 

Rivista Antonianum
Informazione sulla pubblicazione

 
 
 
 
Foto Nobile Marco , Recensione: JOHN J. COLLINS, Between Athens and Jerusalem. Jewish Identity in the Hellenistic Diaspora 2. Edition , in Antonianum, 75/3 (2000) p. 559-561 .

Dopo lo studio più sopra recensito, ci è data l’occasione di recensire dello stesso autore anche questo saggio, pur’esso alla seconda edizione. Rispetto alla prima edizione (1985), il C., oltre a dover tenere conto della grande congerie di pubblicazioni, specialmente della letteratura secondaria, ha ampliato il secondo capitolo, quello che tratta l’era tolemaica, il terzo capitolo sull’epoca romana e il settimo sui due temi riguardanti un’eventuale azione missionaria degli ebrei della diaspora e la consistenza dei cosiddetti “timorati di Dio”. Sostanzialmente un libro molto più ricco, quindi.

Il saggio faceva parte di un progetto di studio attorno all’autodefinizione del giudaismo e del cristianesimo, intrapreso dal Concilio di Ricerca in Scienze Sociali e Umanità del Canada. Coordinatore era E.P. Sanders. L’area giudeo-ellenistica era stata affidata a D. Winston e ad A. Mendelson per gli scritti di Filone e al C. per ciò che riguardava il resto della letteratura della diaspora ellenistica, oggetto appunto del presente saggio.

L’autore svolge il suo piano di studio cominciando con una congrua introduzione nella quale affronta lo stato della questione. La presenza ebraica al di fuori della Palestina era molto consistente sia dal punto di vista numerico che da quello della qualità, specialmente in Egitto e più in particolare ad Alessandria. Altrettanto consistente e pressante è stato però il peso dell’influsso culturale esercitato dall’ellenismo, con il quale il giudaismo, volente o nolente doveva e ha dovuto fare i conti. I “Greci” non avevano propriamente un atteggiamento negativo nei riguardi degli ebrei, tutt’al più vi si riscontrava indifferenza e quindi ignoranza della vera fisionomia del giudaismo, sulla trattazione del quale peraltro alcuni scrittori, come Ecateo di Abdera e Apollonio  Molone, maestro di Cicerone e di Giulio Cesare, si sarebbero cimentati; tuttavia, quanto afferma in proposito Flavio Giuseppe e quanto rimasto nei frammenti di Alessandro Poliistore, non offre troppo materiale per trarre delle conclusioni sul tema. Il problema era piuttosto degli ebrei della diaspora, i quali erano pencolanti tra una tradizione religiosa propria, che non ammetteva sincretismi, e una ferma volontà di accreditarsi presso la cultura egemone, tanto da rinunciare in alcune frange agli aspetti legislativi e cultuali che più li dividevano dai Gentili.

Le opere che testimoniano questo fenomeno storico-culturale di estremo interesse sono molte, almeno a quanto è dato conoscere da quel che ci rimane dai frammenti del Poliistore e dalle opere della cosiddetta letteratura intertestamentaria.

Il C., in base a questa disamina, suddivide la rassegna di tali opere in due sezioni tematiche: 1) l’identità nazionale e politica del giudaismo; 2) l’identità riflessa nella sua etica e nella  sua religiosità.

La prima sezione svolge il tema considerando successivamente le opere degli “storici” (Demetrio e seguaci, Artapano, Eupolemo, Pseudo-Eupolemo, Tallo, Cleodemo e lo Pseudo-Ecateo), e dei poeti epici (Filone e Teodoto); indi, passa a descrivere più sistematicamente la problematica così come appare rispettivamente nell’era tolemaica (Novella dei Tobiadi, 2 Maccabei, il Terzo Oracolo Sibillino, la Lettera di Aristea, Giuseppe e Asenet ed Ester in traduzione greca) e in epoca romana (3 Maccabei, la testimonianza politica di Filone d’Alessandria, Quinto Oracolo Sibillino e le ultime aggiunte degli Oracoli Sibillini).

La seconda sezione ricostruisce l’identità giudaica della diaspora, esaminando in parte opere già toccate e in parte maggiore opere nuove, più adeguate al tema. I tentativi di conciliazione tra la propria tradizione etico-legislativa e i “mores” gentili sono fatti sull’opinione corrente dell’universalità dell’etica. È quanto si ricava già in Ecateo di Abdera, ma anche in Megastene, Teofrasto e Clearco da Soli e in altri intellettuali illuminati. Ad ogni modo, l’identità etico-religiosa del giudaismo è rilevabile nella letteratura oracolare Sibillina, nello Pseudo-Focilide, nei Testamenti dei XII Patriarchi e nel giudaismo “filosofico” (Aristobulo, Pseudo-Aristea, la Sapienza di Salomone e 4 Maccabei). Circa la spiritualità profonda e originale del giudaismo bisogna invece considerare la testimonianza di una probabile corrente mistica  (pp. 210-219), di Ezechiele il Tragico, ancora di Giuseppe e Asenet, della Preghiera di Giuseppe, del Testamento di Giobbe, della letteratura su Adamo ed Eva e infine di 2 Enoc e 3 Baruc.

Il risultato della ricerca del C., veramente documentata e ben argomentata, ci mostra un giudaismo lontano dagli stereotipi che in seguito si sarebbero formati (come del resto già allora si erano formati presso alcuni rappresentanti del mondo gentile). Gli ebrei della diaspora hanno cercato di armonizzare una loro lealtà allo Stato con la fedeltà alla propria tradizione; ciò si è potuto ottenere solo sforzandosi di accreditare tramite comunicazione di conoscenze la propria storia e tramite la flessibilità dei propri “mores”, sottoposti ad una intelligente selettività e adattabilità.

Circa i due temi che l’autore ha voluto sviluppare nel settimo capitolo di questa seconda edizione, cioè la possibile azione missionaria del giudaismo e la questione dei “timorati di Dio”, la risposta è equilibrata e realistica: che la religione giudaica potesse giungere a conoscenza di non ebrei anche tramite un’operazione informativa e perché no apologetica, non fa problema: più difficile è affermare un proselitismo sistematico, come una certa scuola del nostro secolo avrebbe voluto accreditare. Per i “timorati di Dio”, poi, il C. si mostra scettico circa una loro reale consistenza in qualità di una vera e propria categoria di fedeli: le testimonianze provengono in pratica soprattutto dagli Atti degli Apostoli e ciò sarebbe troppo poco.


 
 
 
 
 
 
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