Inizio > Rivista Antonianum > Articoli > Fagiolo Sabato 04 aprile 2020
 

Rivista Antonianum
Informazione sulla pubblicazione

 
 
 
 
Foto Fagiolo Vincenzo , Intervento di S.E. Mons. Vincenzo Fagiolo, presidente del Pontificio consiglio per l'interpretazione dei testi legislativi svolto il 2 dicembre 1992 nell'aula dal Cenacolo della camera dei deputati in Roma in occasione della presentazione del libro La gue, in Antonianum, 68/2-3 (1993) p. 418-422 .

«Nessuno è tanto stolto — leggiamo in Erodoto — da preferire la guerra alla pace. In pace i figli seppelliscono i padri. In guerra sono i padri a seppellire i figli». Chi non potrebbe essere d'accordo con questa saggia, saggissima massima? Ma Erodoto prosegue subito con un dubbio atroce, che lascia perplessi, turbati, soprattutto se si è credenti in Dio, in Dio Creatore di tutte le cose e Padre umversale. «Ma forse — dice il grande storico — un Dio ha voluto così».

Pur non accettando questo dubbio e pur escludendo che Dio, il Dio vero (quello falso non fa nulla, perché è incapace di tutto, perché non esiste), possa volere la guerra, dobbiamo riconoscere ed ammettere che nelle guerre c'è qualcosa che sembra sfuggire all'uomo, che esse sono eventi così eccezionali e così straordinari che mente umana non riesce a spiegarseli. Aprendo il suo romanzo Gulag, Solgenitzyn, quasi terroriz­zato afferma che è impossibile che mente umana da sola possa escogitare tante torture all'uomo come quelle che lui ha visto e constatato nei campi di concentramento marxisti ed aggiunge che solo una mente diabo­lica, un essere diabolico può incitare l'uomo a sì gravi delitti contro l'uomo.

Scrive P. Concetti che per la Chiesa «la guerra è l'effetto perverso, aberrante dell'uomo-popolo irredento, ancora schiavo del proprio pec­cato. Per questo il magistero della Chiesa fa appello alla conversione, alla preghiera, alla carità, alla giustizia, alla penitenza per allontanare il fla­gello della guerra o per farla cessare, quando sia stata dichiarata» (p. 11).

Se così è, bisogna già concludere che il problema non è solo politico, militare, sociologico, neppure puramente umano. Donde la necessità, nell'esaminarlo, di qualche altro elemento, di una componente che allar­ghi il discorso ed apra orizzonti oltre l'ordine del solo temporale, dell'im­manenza. Il nostro autore ha dedicato un numero del suo libro, il 10° delle pagine 145-147, alle «preghiere di guerra», per ricordare anzitutto che «in ogni conflitto sono fiorite preghiere, i cui testi sono stati distri­buiti ai militari e ai civili perché le recitassero privatamente o comunità

riamente nei templi sacri». Ma che senso ha quest'invocare Dio, quando chi lo invoca o lo fa invocare dimostra, facendo la guerra, di crederci poco? È forse segno di fede pregare per riportare vittoria sul nemico, per chiedere addirittura la morte o la distruzione degli avversari? «Il fatto — osserva P. Concetti — appare tanto più paradossale quanto più se ad ele­vare le preghiere sono credenti della stessa fede o confessione religiosa». Ma appare anche  scandaloso,  perché  anche  segno  di  poca o nessuna fede. Se i popoli ed i loro governanti intervenuti nella guerra del Golfo persico avessero avuta la fede che dicevano di professare (ed erano tutti di religione monoteistica: cristiani, ebrei, musulmani) e con la quale in­vocavano Dio perché li proteggesse e li facesse trionfare sull'avversario, non avremmo avuto la guerra, ma una composizione pacifica del con­flitto. «Ma il paradosso non sta solo in ciò — osserva ancora il nostro au­tore a p. 146 — ma nella mancanza di una autentica cultura religiosa. In­vocare Dio perché associ il suo intervento onnipotente ad azioni belliche denuncia una deformazione del concetto di Dio, una strumentalizzazione assurda... Tutto l'insegnamento (di Cristo) e la sua vita sono una testimo­nianza di amore, di perdono e di misericordia, un rifiuto netto e reciso della violenza, di qualunque tipo» (p. 146). Se vogliamo perciò far com­prendere l'orrore e il male della guerra, bisogna che le religioni monotei­stiche (e sono la maggioranza dell'umanità) siano sollecite a formare la retta coscienza dei loro seguaci e in modo tale che siano coerenti con la loro fede. In una collezione di prossima pubblicazione che raccoglie Let­tere pastorali di tutto il mondo cattolico, c'è un capitolo intitolato «La guerra nel Golfo persico e nella Jugoslavia», dove si trovano 11 Lettere sul tema della guerra. In una di esse (nell'ordine la seconda) i Patriarchi delle Chiese cattoliche del Medio Oriente e i Presidenti delle Conferenze Episcopali dei paesi più direttamente implicati nella guerra del Golfo «ri­fiutano ogni interpretazione religiosa della guerra», ed hanno considerato la stessa guerra un fatto areligioso, anzi contrario alla religione, ad ogni autentica religione che crede alla trascendenza, soprattutto se in un unico Dio. E riferendosi alle parole di Giovanni Paolo II, detti vescovi hanno dichiarato che «il ricorso alla forza delle armi segna un declino dell'uma­nità, uno scacco della comunità internazionale e un attentato ai valori più cari a tutte le religioni». E sottolineano la necessità che per i cristiani d'oriente «è il tempo della conversione e dell'autenticità» per «offrire la loro testimonianza e il loro contributo alla costruzione di una società più fraterna».

Il problema di fondo — ci sembra di sottolineare — non è dunque tanto quello di vedere se la guerra è giusta od ingiusta: infatti, tale que­stione potrebbe diventare — come spesso è accaduto — puramente acca­demica ed anche pericolosa e fuorviante, perché potrebbe, così impo­stata, agevolare governi astuti o abili diplomazie a dimostrare la bontà o

l'opportunità dell'intervento armato; ma quanto e soprattutto un pro­blema culturale, di educazione e formazione delle coscienze; un pro­blema di costume e di mentalità; un problema morale e spirituale per il quale le religioni debbono compiere ogni sforzo per far crescere i loro fe­deli nell'antentica fede in Dio che li porti alla non violenza di qualsiasi genere, anzi li indirizzi e li educhi a sentimenti ed espressioni concrete di pace e di fratellanza, fino a creare quella civiltà dell'amore, che, sola, crea le sicurezze obbiettive di un'autentica convivenza tra i popoli, orgogliosi e lieti di rifiutare ogni forma di contrapposizione bellicosa per risolvere in­teressi contrastanti. Paolo VI, riferendosi alla guerra del Vietnam, diceva che «un avvenimento come questo... può essere una grande e severa le­zione per l'umanità, chiamata dai nuovi tempi ad una profonda revisione dei principii e dei metodi, che devono presiedere alla convivenza degli uomini. Dobbiamo, ad esempio, fortificare in noi la convinzione della ir­razionalità disastrosa della guerra. Dobbiamo approfondire il senso di giustizia, di ordine, di libertà, al quale deve ispirarsi la rete dei rapporti internazionali e sociali, se vogliamo un mondo più stabile e più umano. Dobbiamo fondare la giustizia sulla verità...»1.

P. Concetti con il suo libro ci offre prove documentate del cammino che la chiesa cattolica con la guida del magistero sta facendo compiere alla propria comunità, con riflessi positivi anche su altre comunità cri­stiane e anche non tali.

Da Leone XIII a Giovanni Paolo II il nostro Autore registra una serie di interventi pontifici ed innumerevoli testi del supremo magistero che chiaramente esemplificano il problema della guerra, che di volta in volta, da un pontefice all'altro viene sempre meno giustificata, mentre s'intensifica l'inculturazione e la educazione alla pace, la formazione di operatori di pace, fino a coinvolgere in quest'azione — che cerca di tra­scendere anche ogni giustificazione di guerra — diplomazie e governi di tutto il mondo e di penetrare positivamente negli organismi internazio­nali, perché diventino sempre più efficaci strumenti di risoluzioni pacifi­che tra nazioni in contrasto. Per fortuna nei secoli passati le guerre erano lontane dalle conseguenze terrificanti di quelle di oggi, altrimenti ci sa­rebbe da impallidire nel leggere testi anche di insigni teologi e canonisti che giungevano, persino in nome della christianitas, a quasi esigere le guerre. Il raffronto tra l'antica pubblicistica canonica (si legga in propo­sito il pregevole studio di Piero Bellini, 77 Gladio Bellico: il tema della guerra nella riflessione canonistica dell'età classica) e l'odierna dottrina sociale della Chiesa (soprattutto i documenti del magistero ecclesiale che ritroviamo dovunque, a Roma come a Caracas, in Europa come nelle Indie,  in Asia come  nell'Oceania),  ci permette  una visione  del lungo cammino che in dottrina e nella prassi ha compiuto la Chiesa Cattolica per la difesa della giustizia e della pace, per la promozione della dignità della persona umana e per il bene comune di ogni popolo e nazione, a superamento della guerra, di ogni espressione di guerra. Proscrivendo la guerra, la Chiesa - ricorda P. Concetti a p. 249 del suo libro - vuole far prendere coscienza della sua assurdità e della sua inutilità ai fini di domi­nio. Insegna che le eventuali controversie vanno risolte con la ragione e il negoziato. Lo spiega e riafferma Giovanni Paolo II nella Centesimus annus: «Come all'interno dei singoli stati è giunto finalmente il tempo in cui il sistema della vendetta privata e della rappresaglia t stato sostituito dall'impero della legge, così è ora urgente che un simile progresso abbia luogo nella comunità internazionale»2.

Per raggiungere un traguardo di sì universale portata deve migliorare prima il cuore dell'uomo; è necessaria una conversione interiore, un cambiamento dell'uomo dalla superbia e dall'egoismo all'attenzione e al­l'amore dell'altro, del fratello. Scrive nella lettera pastorale della Pasqua 1991 il vescovo di Kotor (Jugoslavia): «I nostri antenati non pregavano inutilmente quando imploravano il Signore di liberarli dalla peste, dalla fame e dalla guerra. Essi conoscevano bene le terribili conseguenze della guerra e della distruzione, perciò allontanavano ogni odio e contrasto con la preghiera, il sacrificio, il digiuno e la promozione dell'amore fra­terno», ben consapevoli che alla radice della guerra c'è il peccato e che per vincere il peccato è necessario l'aiuto di Dio, che si ottiene con la preghiera.

La pace, quella vera, quella fondata sulla verità e vissuta nella libertà ha un prezzo, che lo stesso uomo deve pagare. Cristo ci ha lasciato la pace, quella sicura, acquistandola con il sacrificio della Croce. «Per la prima volta allora gli uomini compresero — scrisse Capograssi, insigne giurista e primo giudice della Corte Costituzionale — compresero che cosa fosse pace...; è una pace che vive dentro il cuore più profondo» (Pensieri a Giulia, Ed. Giuffré, 2, 184). Anche questo elemento, non poli­tico, non diplomatico, non di scienza e di tecnica dell'arte della guerra, P. Concetti introduce nel suo discorso parlando della conversione del cuore. È un elemento che congiunge due mondi diversi ma non contra­stanti: l'umano e il divino, il temporale e l'eterno, dando sbocco all'im­manenza, perché si apra alla trascendenza, a Dio, il solo che può orien­tare il cuore dell'uomo verso il bene, aiutarlo ad amare l'altro, a bandire l'odio e la guerra per una civiltà della pace, dell'amore: «Il grandioso e santo messaggio di pace predetto da secoli, in Betlemme con le lacrime, sul Golgota con il sangue, e infine con la gloriosa risurrezione di Cristo, è stato annunciato per riconciliare ogni cuore umano con Dio. Cristo con la sua forza divina ha avvicinato il cielo alla terra» (S.E. Ivo Gugic, vescovo di Kotor).

Cristo ha superato il peccato (causa di morte) con l'amore, che è sorgente di solidarietà, di comunione, di fratellanza ed è la più sicura ga­ranzia di giustizia, il cui primo frutto è la pace, poiché opus iustitiae pax (S. Agostino). Questa è l'eredità che Cristo ha lasciato all'uomo, a tutti gli uomini di ogni tempo e di ogni nazione con le parole Pace a voi (cf. Gv 20, 19.21.26), che non è la pace fallace del mondo, ma la pace che ge­nera nei cuori quell'orafo amoris (S. Agostino), dal quale soltanto può scaturire l'unica vera civiltà: la civiltà dell'amore (Paolo VI). E dobbiamo essere grati all'Autore del libro La guerra e le sue tragedie per la capacità che ha dimostrata elevando il discorso sulla guerra a considerazioni di valori così sublimi e così profondamente umani da farci scoprire le più si­cure vie della vera e duratura pace.

 

 


 


 
 
 
 
 
 
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