Inizio > Rivista Antonianum > Articoli > Nobile Giovedì 22 agosto 2019
 

Rivista Antonianum
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Foto Nobile Marco , Recensione: Ursula und Dieter Hagedorn (hrsg.), Johannes Chrysostomos. Kommentar zu Hiob , in Antonianum, 67/4 (1992) p. 538-539 .

I curatori di questa bella edizione del commentario di Giovanni Crisostomo al libro di Giobbe, hanno continuato quella notevole operazione che nel 1973 e nel 1984 aveva prodotto, rispettivamente, il commento allo stesso Giobbe di Giu­liano l'Ariano e di Olimpiodoro d'Alessandria (recensito in Antonianum 59 [1984] 311s). L'operazione raggiunge il culmine con la presente opera e preannuncia l'e­dizione ormai prossima delle antiche Catene esegetiche di Giobbe.

Il commentario in questione è stato segnalato per la prima volta nel XVIII secolo da Angelo Maria Bandini nel catalogo che aveva approntato per la Biblio­teca Laurenziana di Firenze (Tom. 1-3, Florentiae 1764-1770). Da allora, periodi­camente, un filo sottile ha mantenuto ininterrotto l'interesse degli specialisti per tale antica opera. Difatti, trent'anni dopo, ne parlava in una sua Collactanea (1793) Francesco Fontani, senza giungere ad una sua edizione. Colui che ha af­frontato più sistematicamente il problema critico del testo del manoscritto fioren­tino segnalato dai predecessori, è stato L. Dieu (1912). Ma le tappe fondamentali di tale percorso storico sono state raggiunte con la segnalazione, da parte di R. Devreesse, del Commento nel manoscritto di Catene, il Vaticano Pio II 1, che ri­portava quasi totalmente il commentario del Crisostomo, e con la fortunata sco­perta da parte di M. Richard nel 1960 di un manoscritto della Biblioteca Sinodale di Mosca, che conteneva un esemplare dello stesso testo. Ormai era tempo per un'edizione critica del Commentario. Se ne assunse il compito H. Sorlin, il quale nel 1975 la presentò sotto forma di una tesi di dottorato, a lungo non pubblicata. I curatori della presente edizione, grazie a J. Ziegler, sono venuti in possesso del testo non pubblicato del Sorlin; senonché, nel frattempo, si è decisa la pubblica­zione del lavoro di quest'ultimo in Sources Chrétiennes. Gli Hagedorn non hanno fatto a tempo a prendere visione di tale edizione, perchè ormai il loro lavoro era in stampa, quindi, del Sorlin riferiscono solo il testo della dissertazione dottorale.

Il Commentario del Crisostomo è testimoniato, quindi, in tradizione diretta («primaria») da due codici manoscritti, apparentati e derivanti con ogni probabi­lità da una Vorlage comune (non sono quindi l'uno copia dell'altro): il Laurentìa-nus Plut. IX13 del 10/11 sec. e il Mosquensis Bibl. Synod. 114 del X sec. A questi due codici fondamentali, bisogna aggiungere un manoscritto, la cui importanza sta nell'essere a metà strada tra la tradizione primaria e quella secondaria, il sopraci­tato Vatìcanus Pii II 1 dell'XI sec. Il manoscritto è redatto secondo il sistema delle «catene esegetiche». Ma vi è ancora un altro elemento che rende importante il Vatkanus, specialmente agli occhi dell'esegeta biblico: il fatto che il commentario e il testo biblico testimoniati appartengano alla recensione lucianea.

La tradizione secondaria del Commentario è a sua volta rappresentata dalle Catene Gamma (il testo è dato in sette manoscritti dei quali i curatori ricostrui­scono lo stemma), dalle catene N, i cui frammenti, interessanti il nostro Commen­tario, curati da Patrick Young (Patricius Iunius), sono stati accolti nel Migne (PG 64, 505-656), dalla sub-recensione di TV, siglata con phi greca, e, infine, dalle pre­ziose note marginali di commento della Bibbia siroesaplare.

Il testo del Commento a Giobbe del Crisostomo, si rivela rapido, non limato, talora con errori grammaticali, redazionalmente incompiuto. Il Crisostomo non deve avere avuto mai tempo di curare la redazione definitiva del suo commento; addirittura, si può ipotizzare anche che egli abbia lasciato solo note sparse che un qualche discepolo potrebbe aver riunito nel commentario in questione. E tutta­via, inconfondibile è la presenza del vescovo di Costantinopoli, così che sull'au­tenticità del testo non c'è da discutere.

L'edizione che gli Hagedorn ci offrono in formato bilingue, greco-tedesco, è gradevole e chiara; il testo biblico è nettamente rilevato, la traduzione tedesca è moderna e non troppo letterale. Come essi stessi ci dicono, nelle opzioni testuali essi si attengono ad un criterio conservatore (konservativ), per cui rinunciano ad ipotetiche ricostruzioni che non potranno mai avere una conferma. L'opera è ar­ricchita da un ulteriore apparato di note (pp. 201-228), oltre quello a pie di pagina del testo greco, e da indici, specialmente quello dei termini greci, che ne fanno un testo pregevole e un punto fermo nella ricerca scientifica odierna.


 
 
 
 
 
 
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